Photoshop e la matematica

Se ti chiedessi -perché- Photoshop ha dei fondamenti numerici così marcati, cosa risponderesti? Bit, uno, zero, zero e uno? Ma perché è ancora oggi così, e perché sono numeri così visibili ed esposti che non vediamo in Lightroom o iPhoto? Perché come utenti siamo a contatto quotidianamente con tutti questi numeri, curve ed operazioni?

Un giorno, usando Photoshop, ti rendi conto che non puoi più trascurare alcuni aspetti che proprio non possiamo -non- chiamare matematici. I numeri potevamo usarli solo come riferimento, e di conseguenza le curve potevano essere solo una rappresentazione visiva. Potevamo considerare i metodi di fusione con le loro manifestazioni empiriche imparandoli con l’esperienza, o come effetti macroscopici del sistema visivo (più scuro, più chiaro). Ma quel giorno ci troviamo al confine.

Spesso quel confine è Applica Immagine. Didatticamente lo studio di quello strumento si accompagna con una grande voglia di fare le cose in modo differente. Ma quello è anche l’inizio della fine. Da quel punto in poi inizia un curioso processo di involuzione. Per la sua stessa struttura Applica Immagine viene appreso come una somma, curiosamente il primo operatore matematico con il quale veniamo a contatto da bimbi.

Applica Immagine ci permette di posizionare una struttura dove prima non c’era, cosa che può essere percepita come un addizione. Inversamente si comporta una maschera, che iniziamo a considerare una sottrazione. Moltiplica e Differenza sono tra i metodi di fusione. Da qui in poi inizieranno a crearsi più contatti di quelli che probabilmente avremmo voluto fare. Questo è anche un aspetto che ci rivela le aree in cui Photoshop eccelle e difetta, grandemente. Un approccio matematico vuol dire la possibilità di uno studio oggettivamente democratico. Tutti possiamo avvicinarci agli aspetti anche più complessi dell’editing, perché questi non riguardano né i fenomeni di percezione visiva né le strutture intime di funzionamento dei sistemi digitali (mh, almeno non sempre). Democrazia che non si trasla poi nella fase di stampa, per dirne una.

+ addizione - sottrazione... Sicuro???

Ma la verità è che anche se la matematica può non piacerci è alla nostra portata. Aggiungere, o sommare, del giallo (in quest’area voglio -più- giallo) è una cosa che possiamo capire nel profondo. Alcuni saranno favoriti, e guardando una curva non avranno bisogno di spiegazioni. Altri dovranno soffermarsi e fare passi più piccoli, rischiando spesso peraltro di imparare più dei primi. Quello che conta è che, secondo me, potremmo aver appena scoperto il motivo per cui un fotografo non si sposa con molto entusiasmo con la correzione del colore, né cerca di migliorare le proprie immagini.

Un giorno Seth Godin, genio del marketing newyorchese raccontò “[...] ero in questa bellissima enoteca con vini preziosi, e la cameriera venne a prendere le ordinazioni con un tablet con un sistema operativo Microsoft molto vecchio. Ecco, io penso che che non vuoi rovinare l’esperienza dei clienti mischiando antichi vini francesi con Windows”. Se cerchi un tipo di esperienza, e ti viene imposto di viverne un’altra non va bene. E la verità è che la fotografia non è stare davanti ad un computer. E se anche da quelle parti gira un po’ di matematica, noi abbiamo accettato di trasformare le nostre immagini in digitale e di imparare questi flussi di lavoro per la loro potenza, per la loro praticità. Perché sono strumenti che ci rendono più liberi.

Giusto?

Un’equazione difficile. Le mie immagini sono pronte subito. NESSUNO ci mette le mani, o è coinvolto nel processo. Io sono l’unico responsabile, ed ho il potere di fare con l’immagine quello che voglio. Di contro sacrifico la qualità in alcune aree, come la gamma dinamica che, specie nei positivi, era nettamente maggiore. Il progresso aiuterà. E devo studiare di più. Oh si, molto di più. E studiare così tanto la correzione del colore non mi rende un fotografo migliore, neanche un pochino (eseguire la correzione del colore invece si, aiuta, ma è un altro discorso). Uno scatto del mio divano sarà scadente e noioso anche con dei colori impeccabili.

Si, quindi, Photoshop usa la matematica per scomporre l’immagine in elementi gestibili da una macchina. Ma non solo. Questo in effetti è solo l’inizio, gli ingegneri di Adobe avrebbero potuto tranquillamente nascondere questi parametri dietro un’interfaccia, come in Lightroom. Photoshop, invece, lascia interagire noi con la stessa struttura per permetterci di gestire l’immagine allo stesso modo. Ed a questo punto chiedo: potrebbe esistere un modo differente per manipolare una foto che non sia quello che già conosciamo, ovvero un’analisi qualitativa e quantitativa legata a, e seguita da, un flusso di lavoro piuttosto rigoroso? Proviamo a lavorare con la fantasia, e togliamoci i numeri dalla testa.

Sistemi alternativi

Che cosa potremmo usare per elaborare il nostro scatto? Proviamo a partire dal nostro scopo. Ottenere un’immagine migliore. Potremmo provare a fondare il tutto sull’estetica. Provare ad ottenere gli oggetti delle nostre immagini più belli. Costruiremmo un database di campioni incredibili con i muri migliori, i prati più brillanti, i frutti più maturi. Ma questo approccio non terrebbe conto di come funziona il nostro sistema visivo. Un muro può essere in ombra, un prato in un giorno di pioggia ed un frutto illuminato da una lampadina e non dal sole. E non a caso parlo di “oggetti”, un approccio del genere con gli incarnati sarebbe improponibile. In uno scarto di valori così piccolo ci sono infiniti colori, ed eccezioni.

No, il gusto non è un nostro alleato. Se non ci fidiamo di un sistema estetico collettivo e centrale, forse potremmo trovare vantaggi da uno incentrato sul singolo utente, e quindi lasciare a lui la scelta di cosa può, o deve, essere migliorato, come e quanto. Un esempio di questo approccio esiste ed è il sistema costruito dagli ingegneri di Nik Software (proprietà Nikon) per Nikon Capture NX e Viveza. Niente numeri, niente canali. Tutta la disciplina di correzione del colore si basa sul gusto personale. I concetti di saturazione, luminosità e contrasto naturalmente sono gli stessi, e sono funzionali a far capire istantaneamente all’utente cosa succederà muovendo uno slider, è come cerchiamo di gestirli la vera differenza. Utilizziamo dei Control Point che selezionano una parte dell’immagine, ed hanno slider per modificarla.

Questo approccio funziona? Per me no. Presenta problemi notevoli, esaminiamo i più significativi. Innanzitutto i micro aggiustamenti. Spesso capita di fare una curva in RGB che modifichi i valori di A e B di uno o due punti, magari alla ricerca di neutralità. Nell’istante in cui eseguo queste modifiche cosa osservo? Osservo l’immagine per capire quando fermarmi? No, gli occhi sono sempre sull’Info Palette, ovvero i numeri, mai il risultato, perché so che potrebbe essere fuorviante. So che sto facendo una modifica non tanto perché la percepisco necessaria (uno o due punti di A o B), ma perché cerco un valore preciso, spesso nei neutri, che so potranno modificarsi molto in fretta successivamente. Nel momento in cui rimuovo dall’esperienza dell’utente questi numeri cosa succede? I Control Point, per loro definizione non mi mostrano alcun valore a cui aggrapparmi, per cui se opero una modifica, ed i miei occhi sono il mio unico riferimento, -pretendo- di vedere un cambiamento. A questo punto o la modifica non verrà eseguita, o sarà più forte di quella che avrei fatto in Photoshop.

A seguire, lavorando con i blend in Photoshop le modifiche sono spesso (anche quando mascherate) applicate all’intero frame. Questo vuol dire che raramente dividiamo l’immagine in due o più settori per lavorarli in modo esclusivo. Il lato positivo di come opera Photoshop è che, anche sbagliando, i risultati saranno più omogenei o naturali.

Avremmo, in effetti, problemi anche solo a costruire un flusso di lavoro con un approccio estetico. Ci sarebbero anche tonnellate di problemi legati alla gestione del colore. Che la correzione del colore può brillantemente permettersi di ignorare proprio perché fondata su un approccio numerico. Un numero sarà quel numero su ogni computer del mondo.

Se togliamo l’estetica dai nostri modelli di elaborazione cosa ci resta, se non l’oggettività? Esiste, allora, un modo per gestire e manipolare questa oggettività che non sia attraverso i numeri? La risposta a questa domanda è il motivo per cui, secondo me, Photoshop si basa solidamente su un sistema matematico che permea continuamente nella vita dell’utente, a differenza di tanti altri software che cercano di non “annoiarci”.

E guai, un giorno, ad eliminare questa possibilità!

{Scritto ascoltando An Eye for Optical Theory – Michael Nyman

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